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1409913801_ove vendere pietre preziose
fregare il suo titolare di tutti quei soldi altrimenti persi in cure mediche per un vecchio, a cui lui giustamente doveva debita riconoscenza. Ma che alla fine era un perfetto estraneo e a cui lui non doveva nulla.
Il signor Tazio, sospeso il lavoro delle riparazioni per concentrarsi sulla creazione orafa, fece un censimento di tutto il suo caveau, anche se lo conosceva a memoria. Valutò tutti i preziosi a cui fare affidamento per la creazione e arrivò alla stima di quattrocentocinquanta mila e rotti per l’intero gioiello. Mandò Filippo all’hotel della signora De Revioli con un preventivo più preciso di quello fatto a mente nel negozio. Elencò pietra su pietra il valore singolo con quella sua scrittura minuta ed elegante, senza dimenticare il valore dell’oro, più o meno, nel suo peso. Corredò il tutto di un disegno a mano assai curato del prezioso e di come sarebbe venuto fuori. Si trattava di una parure di oro giallo con inserti in oro bianco e rosa. Gli orecchini e la collana avrebbero montato un bouquet di pietre con predominanza di zaffiri e smeraldi. Il tutto contornato da brillanti piccoli quanto delle briciole di pane.
Mentre Filippo era in missione dalla signora, il signor Tazio stava in ansia per la riuscita dell’ambasciata. Filippo tornò dopo un paio d’ore abbondanti, con un foglio, dove stava ricopiato il gioiello e le correzioni che la donna voleva. Assieme a una dicitura scritta a mano: “Qualsiasi cifra, non c’è problema”.
Il signor Tazio fu consolato da quella dicitura, che lo avvicinava sempre più alla sua pensione. Durante la cena, i due parlarono della cosa. E il titolare non omise il fatto che finito di fare quel gioiello la sua attività di orafo sarebbe finita. Filippo, al sentire quella cosa, fece cadere il cucchiaio di legno con cui stava girando la pasta nella padella direttamente in terra, alzando la manopola del gas al massimo mentre la padella iniziava a bruciare nel suo contenuto. Il signor Tazio lo riprese appena in tempo per non far bruciare il contenuto della padella, che era la cena della serata.
Il modo con cui il titolare annunciò al dipendente quella triste notizia non fu pieno di tatto, ma rapido e momentaneo. Come ci si volesse liberare di un peso da tempo caricato sulle spalle.
Mentre il suo titolare, che da due anni gli faceva sentire una normalità benefica e piena di impegno mentale, parlava Filippo non disse nulla. Pur con qualche lamento, aveva un tetto sopra la testa e non doveva arrabattarsi in lavoretti estemporanei. E non aveva mai un minuto libero. Perché quando non era in negozio, si occupava dei pasti e dell’informazione del signor Tazio, il quale viveva murato vivo dentro quel negozio tranne quando andava per fiere a guardare le novità. E quindi non leggeva quotidiani o conosceva notizie.
Filippo, mentre serviva le pietanze e mangiava non era felice, a differenza del suo titolare. La fine del negozio significava ricominciare ad andare a caccia di lavoro. E lui si era stancato di essere in guerra con tutti, scopo sopravvivenza. Con il signor Tazio ci stava bene. Fare il commesso presso di lui non era molto

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