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In fondo, a Filippo gli avrebbe firmato una generosa lettera di referenze prima di chiudere la bottega. E quel ragazzo, tanto bravo a vendere e a imparare, un lavoro nuovo lo avrebbe certamente trovato.
Forse cercava di sistemarsi anche lui? Forse era alla ricerca di qualcosa che il lavorare non gli poteva dare? Un mare di domande gli turbinavano nella testa. Ma le lasciò tutte da parte per rivolgerle al ragazzo durante la pausa pranzo.
Se gliele avrebbe rivolte.
Il pranzo trascorse regolare con Filippo che preparava e Tazio che si riposava dalla giornata passata a litigare con dei fermagli che avevano smesso di fare lo scatto. Il più completo silenzio regnava in quella cucina. Tanto il dipendente quanto il titolare non avevano nulla da dirsi reciprocamente.
Ma il signor Tazio si prese d’animo e ruppe il silenzio.
Chiese a Filippo dove fosse stato durante la sua assenza. E Filippo non sapeva cosa rispondere.
Dopo qualche secondo di indecisione disse che era andato a consegnare il gioiello alla signora con la macchina. Non voleva che la De Revioli partisse senza ottenere il gioiello e senza che pagasse per tutto il lavoro fatto da lui.
Il titolare chiese al dipendente come mai la mattina la saracinesca fosse aperta. E Filippo disse che se l’era dimenticata lui, nella foga di andare via per il gioiello.
Filippo continuò a dire l’ovvio per mascherare la sua voglia di fregare il titolare. Ma alla fine, dopo che il silenzio era nuovamente calato, si prese d’animo e iniziò a parlare al titolare. Il vecchio lo prese in contropiede, e prima che potesse parlare gli fece una proposta: diventare il suo allievo.
Filippo smise di parlare di colpo per chiedere al suo titolare di ripetere la proposta. Non ci credeva.
Il signor Tazio aveva veramente offerto al ragazzo di diventare il suo allievo e, forse, di diventare il nuovo bottegaio dell’oreficeria. Ci aveva pensato su nella mattinata. Forse spinto dal fatto che il ragazzo, nella sue elucubrazioni mentali, vedeva franare sotto di se il terreno e voleva una polizza assicurativa per il proprio avvenire, con l’affare del gioiello. Il fatto che fosse ritornato forse era dettato dall’essere magari un briciolo disonesto nell’animo, ma legato a quella bottega e alla persona del suo titolare.
Il signor Tazio gli offriva un lavoro. E non più come commesso, ma come professionista. Gli offriva di diventare un maestro nell’arte orafa.
Filippo non sapeva cosa rispondere. Era fuori dalle sue aspettative.
Cercò di proferire parola finito il boccone della cotoletta alla milanese che stava mangiando, ma venne bloccato dal signor Tazio. Il quale dettò delle condizioni al ragazzo. Una condizione: sarebbe diventato anche l’erede della bottega a patto che lo avesse lasciato vivere fino alla fine dei suoi giorni al lavoro dietro al bancone e ospite dentro la casa.
Filippo, dentro di se, era completamente spiazzato. Si stava mettendo a piangere. Ma era felice. Perché in tutto il mondo visto fino a quel momento della sua vita, l’unico che gli aveva dimostrato un affetto pari a quello della sua famiglia era lui, il suo titolare.
Il si era sicuro. Ma il signor Tazio dovette sentirsi dire da Filippo che poteva tranquillamente ritirarsi in casa perché la bottega orafa poteva condurla lui da solo. Magari con tempi e orari differenti. Ma ce l’avrebbe fatta. Ce l’avrebbe fatta anche se non ne era capace, tanta era la gioia di aver trovato un lavoro tutto suo, dove non doveva rincorrere nessun amico o conoscente per un pezzo di pane.
Il signor Tazio gli disse che starsene in casa significava sentirsi nuovamente solo. E non voleva provare quella sensazione se non quando sarebbe stato sul letto di morte. La bottega era l’unica cosa, oltre alla compagnia di Filippo, che lo faceva stare bene. E non vi avrebbe rinunciato tanto facilmente.
Filippo non oppose resistenza. In fondo la bottega era una cosa del titolare. E aveva un piccolo diritto di dettare legge. Da sei mesi a quella parte, Filippo faceva la spola avanti e indietro dalla officina nel retrobottega per fare pratica con il titolare e stare dietro al bancone nel negozio come sempre da commesso. Si decise di comprare un cicalino elettronico che avvertisse quando ci fossero dei clienti. E poi iniziò a razionalizzare il lavoro con tempi e orari definiti. Dapprima il signor Tazio fece fatica ad abituarsi di avere il tempo contato per portare a termine i lavori. Ma il cambiamento diede ritmo a tutto e la cosa portò giovamento a entrambi. Da una parte c’era l’anziano orefice che stava per rincontrare i suoi genitori, tanto adottivi quanto biologici, e dall’altra c’era Filippo e il suo modo di fare con tempi e regole. E quelle regole incrementarono gli incassi di una discreta percentuale.
Il signor Tazio vide la voglia, in quel ragazzo, di essere un buon bottegaio, un buon orefice. E alla fine dei sei mesi, Filippo si poteva dire indirizzato verso un buon avvenire di orefice. Proprio come lui quando fece il suo praticantato con il padre e la madre adottivi.
Una sera i due orefici cenarono al bistrot. Volevano festeggiare la fine del praticantato, se così lo si poteva chiamare, di Filippo. Dal giorno dopo il signor Tazio avrebbe vestito i panni del venditore. E li allora Filippo vedeva iniziare il praticantato dell’anziano orefice. Il quale sarebbe diventato, con le lezioni di Filippo, una sua copia accettabile.
I due, finita la cena, tornarono a casa. E si misero entrambi a letto.
La notte passò silenziosa.
Forse troppo. C’era una strana sensazione nell’aria di quell’appartamento.
La mattina incominciò il giorno dopo con una sorpresa per Filippo. Perché il signor Tazio non si svegliò.

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aggiungere un poco di guadagno se nel caso la signora avesse fatto valutare il gioiello da un orefice. Voleva essere preciso.
Non voleva rovinare la reputazione del signor Tazio facendo troppo guadagno su quel lavoro.
E il non volerlo rovinare, pensiero dopo pensiero, lo portò al punto di vendere il gioiello alla signora facendo intestare i soldi al signor Tazio.
Durante il tragitto dalla città fino alla signora, infatti, Filippo ebbe di che riflettere. Il suo titolare gli aveva offerto una casa, un lavoro. Non c’erano mai stati grossi problemi con lui, e per certi versi Tazio lo trattava come un figlio. Lo aveva spinto a farsi una previdenza privata, a farsi dei risparmi, e tanti altri insegnamenti stile maestro-allievo. Filippo, insomma, era cresciuto tanto, insieme al signor Tazio. E in alcuni momenti gli avrebbe chiesto se poteva restare con lui dopo la chiusura del negozio, come suo sostegno alla vecchiaia.
Ma prima che glielo potesse chiedere, successe l’affare del gioiello. E tutto si programmò nella sua testa. L’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio.
In quel momento, sulla macchina spinta a tutto gas verso quella città, Filippo si disse che quei soldi fatti extra ad un lavoro dignitoso anche se poco remunerato non valevano l’essere stato un giuda nei confronti del suo datore di lavoro.
Si decise di tornare indietro, dopo aver fatto tutto, alla sua vita di sempre. Ma non a mani vuote.
Fece pagare alla signora il gioiello con un leggero sovrapprezzo. E, uscito dall’albergo, riprese la sua macchina per tornare indietro, alla bottega. Come se non avesse mai smesso di essere il commesso del signor Tazio.
Il titolare, quando Filippo entrò nel negozio alle undici di mattina, era al banco di lavoro a armeggiare con un braccialetto. Filippo, nel varcare la porta, non sapeva come sarebbe stato accolto dal signor Tazio.
Salutò l’orefice con un “Salve, signor Tazio” e pose l’assegno di saldo accanto a dove si trovava la serie degli attrezzi di lavoro con calma e tranquillità, come qualsiasi altro gesto da commesso. Ma sotto sotto con una vergogna ed un imbarazzo impareggiabili.
Il titolare prese l’assegno e lo guardò. Il suo sguardo non era dei più felici.
Filippo prese posto all’entrata del negozio, come faceva tutti i giorni, e si mise a pulire la vetrina e il bancone. Come se fosse una giornata pari a tutte le altre, da qualche anno a quella parte.
Il signor Tazio posò l’attrezzo che aveva in mano, prese l’assegno e lo rigirò. Quasi cercasse qualcosa di strano o di diverso. Era un assegno identico a quello che aveva emesso la signora qualche giorno addietro. Solo la cifra era diversa, cioè più alta tanto dell’altro assegno quanto del preventivo al netto dell’anticipo. Non si capacitava di quello che aveva fra le mani. Era il suo biglietto per una pensione più che generosa. Ma una domanda lo tormentava: perché quel ragazzo aveva fatto una cosa del genere?

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in pezzi più piccoli. Ma passarono due persone prima che lui si risolse di fare benzina prima per la macchina e poi per la tanica. Evitando di cambiare i soldi e forse lasciando del carburante pagato ad un perfetto estraneo dopo di lui.
Non appena preso il carburante, tornò alla bottega orafa e cercò di pensare come organizzarsi per rubare il gioiello e sembrare un vero e proprio ladro.
Pensa che ti ripensa, aprì la saracinesca motorizzata con le sue chiavi della bottega e trafugò il gioiello, tralasciando i propositi incendiari. Doveva sembrare il furto di un ladro che eventualmente gli aveva rubato le chiavi dalla tasca il giorno prima per la strada.
La notizia del gioiello, nel quartiere, era volata pian piano di bocca in bocca. Infatti il via vai di clienti nella bottega del signor Tazio era diminuito. E i quartieranti si erano chiesti il perché. Fu il signor Tazio a dirlo, il quarto giorno, ad uno dei negozianti vicini, mentre faceva due passi per sgranchirsi le gambe sulla strada.
Di li in poi, la voce sarebbe certamente volata a qualche malintenzionato. Era la cosa su cui Filippo faceva affidamento.
Alla fine la benzina non sarebbe servita. E la mise in macchina.
La mattina dopo, il signor Tazio andò nella bottega, dentro il laboratorio, e vide che la parure non c’era più. Oltre a questo vide la saracinesca spalancata e la porta senza segni di scasso.
Un ladro certamente.
Tazio andò a svegliare Filippo. Ma in camera non c’era nessuno.
La prima cosa a cui pensò fu che aveva trafugato lui il gioiello.
In camera da letto tutto era al suo posto. Tranne per la mancanza dei vestiti e delle chiavi della sua macchina. Si sarebbe aspettato un biglietto anche solo per essere mandato a quel paese. Ma non trovò nulla. Come se non ci fosse una parola per lui.
Una grande delusione riguardo Filippo calò sul suo animo. E insieme a quella la ulteriore delusione di aver faticato tanto per non guadagnarci nulla.
Non chiamò la polizia. Non voleva poliziotti che potessero fare dei danni a quel ragazzo. In fondo, si disse il signor Tazio, lo stavo per mettere in mezzo ad una strada. Si sarà preso il gioiello come buona uscita.
L’orefice andò in cucina e si preparò il caffè per la colazione come se fosse una giornata qualsiasi.
E riprese il suo lavoro delle riparazioni come se non fosse successo nulla, al pari di tutti gli altri giorni.
Filippo, dal canto suo, stava nel frattempo viaggiando con la sua macchina verso la città dove soggiornava la signora De Revioli. Aveva falsificato la scrittura del signor Tazio, vista diverse volte, descrivendo i lavori per creare il gioiello. E aveva gonfiato il prezzo di qualche decina di migliaia, così da

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l’orefice. Filippo non lo sentiva nemmeno rientrare verso le tre di notte nella sua camera, che passava dal corridoio da cui si accedeva anche alla stanza di Filippo. Intanto pensava come fregare l’orefice e intascarsi lui tutti quei soldi del gioiello.
Il quarto giorno di lavori il signor Tazio ebbe presso di se, anche se chiusi nel caveau, tutti i gioielli e il materiale per creare il pezzo per la signora De Revioli. E sarebbe stato un problema non averli avuti, visto che tutto il lavoro possibile con i materiali che aveva lui era già stato portato a compimento.
La sera del quinto giorno, visto che era già avanti con il lavoro, decise di ritornare a cena insieme al suo commesso. Filippo si stupì del fatto che il principale era ritornato su a mangiare. Tra poco lui sarebbe sceso nel laboratorio a portargli un te con dei biscotti e delle fette biscottate e marmellata. Vedendolo arrivare, ebbe un lampo di genio.
I due mangiarono e parlarono del più e del meno di come stavano andando le cose. Il signor Tazio disse al suo dipendente che entro la fine della serata avrebbe finito il gioiello. E Filippo ebbe l’idea che gli era mancata.
Avrebbe incendiato il negozio nascondendo il gioiello al riparo, in un posto sicuro. E poi, invece di andare per conto del signor Tazio, sarebbe andato per conto proprio vendendo il gioiello ad un prezzo più basso, intascandosi tutta la cifra.
La cosa di cui preoccuparsi sarebbe stato reperire la benzina per incendiare il negozio. Gli venne alla mente di far saltare la bombola del gas usato per ossidare i gioielli, ma lui non voleva dei danni troppo grossi. Con il rischio che il gioiello potesse danneggiarsi. Perché per rendere credibile la messa in scena il gioiello il signor Tazio lo doveva lasciare dentro il negozio. Altrimenti ci sarebbero stati dei sospetti e il primo a cadere accusato sarebbe stato lui con la motivazione che si sarebbe trovato, poi, senza lavoro.
Filippo avrebbe dovuto agire con circospezione. E soprattutto non creare danni irreparabili a se, in quanto possibile accusato, e al negozio che avrebbe custodito il gioiello. Oppure avrebbe potuto nascondere il gioiello e scappare quando il negozio avrebbe preso fuoco. Perché il fuoco sembrava essere il danno migliore a cui fare affidamento.
Si decise per questo ultimo piano.
La sera del quinto giorno, quando l’orefice salì in casa alle due passate, Filippo, sentendo il titolare andare in camera, si risolse che avrebbe portato a termine in quel momento il suo operato. Aspettò un quarto d’ora che il principale si addormentasse nel suo letto, ancora con il grembiule da lavoro, e partì alla volta del primo benzinaio disponibile con la tanica d’emergenza che teneva nel bagagliaio della sua macchina.
Fare benzina non fu facile, perché dovette aspettare un po’ il primo cliente dell’automatico notturno disponibile a cambiargli una banconota da cinquanta

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stancante. E per la maggior parte quello che aveva a che fare con la clientela più rognosa era il suo titolare. Una piccolissima percentuale sia chiaro. Le lezioni di oreficeria del signor Tazio avevano sortito il loro effetto. E qualche mese dopo la scomparsa di Iolanda, lui era capace di avere a che fare con chiunque. Dal truffatore fino all’esperto.
Nel suo letto, finito di cenare, Filippo non riusciva a dormire. Non pensava ad altro che a cercare una soluzione ai suoi problemi.
E alla fine arrivò ad una conclusione: doveva fregare il signor Tazio.
Il problema era come.
Ci volle il giorno successivo, dopo un buon sonno ristoratore, e fu presa la decisione di mettere in atto un simile piano: fare le scarpe al signor Tazio sull’affare del gioiello De Revioli.
La signora, infatti, finito il soggiorno in città, prese armi e bagagli e si spostò nella sua successiva tappa di ispezione degli impianti ereditati dal marito defunto. Si trattava del capoluogo di provincia distante un paio di ore dalla città. Secondo quanto detto a Filippo, sarebbe rimasta una settimana nel capoluogo. E avrebbe voluto che il gioiello fosse pronto prima della sua partenza successiva per gli Emirati Arabi per motivi di affari. Cioè dopo il soggiorno nel capoluogo. Filippo fece ben presente al suo titolare questo particolare, il quale non perse tempo e si mise a fare i bagagli per andare a comprare metallo e pietre preziose mancanti.
Per non sembrare contrario al portare a termine la missione del gioiello, Filippo propose al signor Tazio di fare un ordine via internet. In quel modo non avrebbe dovuto spostarsi più del dovuto. L’artigiano ascoltò il consiglio del suo commesso e iniziò a stilare un elenco di tutto quello che serviva al gioiello della signora. Alla parte computer avrebbe pensato Filippo.
Da quel momento iniziò un doppio lavoro. Da una parte Filippo cercò di diradare tutti gli impegni di riparazioni da parte dei clienti più piccoli, con l’autorizzazione del titolare di non far pagare la manodopera come compensativo del ritardo. Ci fu una piccola fetta di scontenti che andò nel negozio a ritirare alcune cose ancora da riparare. Ma per la maggior parte accettarono le condizioni dettate al telefono dal commesso.
Finite quelle telefonate, ne iniziarono altre con cui si tempestava l’agenzia di preziosi allo scopo di reperire il necessario. Il prezzo non aveva importanza, pur se relativa, visto che il guadagno sul gioiello completo sarebbe stato molto importante.
I vari corrieri, dal giorno dopo in poi la serie di telefonate, fecero la spola avanti e indietro per consegnare i pezzi del gioiello. Il signor Tazio ci mise tutto l’impegno di cui era capace, oltre a prendere tempo dai pasti saltati, su cui Filippo metteva una pezza portando in laboratorio dei panini al titolare a intervalli regolari. Perfino la sera fino a tardi lavorava a quella creazione,

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fregare il suo titolare di tutti quei soldi altrimenti persi in cure mediche per un vecchio, a cui lui giustamente doveva debita riconoscenza. Ma che alla fine era un perfetto estraneo e a cui lui non doveva nulla.
Il signor Tazio, sospeso il lavoro delle riparazioni per concentrarsi sulla creazione orafa, fece un censimento di tutto il suo caveau, anche se lo conosceva a memoria. Valutò tutti i preziosi a cui fare affidamento per la creazione e arrivò alla stima di quattrocentocinquanta mila e rotti per l’intero gioiello. Mandò Filippo all’hotel della signora De Revioli con un preventivo più preciso di quello fatto a mente nel negozio. Elencò pietra su pietra il valore singolo con quella sua scrittura minuta ed elegante, senza dimenticare il valore dell’oro, più o meno, nel suo peso. Corredò il tutto di un disegno a mano assai curato del prezioso e di come sarebbe venuto fuori. Si trattava di una parure di oro giallo con inserti in oro bianco e rosa. Gli orecchini e la collana avrebbero montato un bouquet di pietre con predominanza di zaffiri e smeraldi. Il tutto contornato da brillanti piccoli quanto delle briciole di pane.
Mentre Filippo era in missione dalla signora, il signor Tazio stava in ansia per la riuscita dell’ambasciata. Filippo tornò dopo un paio d’ore abbondanti, con un foglio, dove stava ricopiato il gioiello e le correzioni che la donna voleva. Assieme a una dicitura scritta a mano: “Qualsiasi cifra, non c’è problema”.
Il signor Tazio fu consolato da quella dicitura, che lo avvicinava sempre più alla sua pensione. Durante la cena, i due parlarono della cosa. E il titolare non omise il fatto che finito di fare quel gioiello la sua attività di orafo sarebbe finita. Filippo, al sentire quella cosa, fece cadere il cucchiaio di legno con cui stava girando la pasta nella padella direttamente in terra, alzando la manopola del gas al massimo mentre la padella iniziava a bruciare nel suo contenuto. Il signor Tazio lo riprese appena in tempo per non far bruciare il contenuto della padella, che era la cena della serata.
Il modo con cui il titolare annunciò al dipendente quella triste notizia non fu pieno di tatto, ma rapido e momentaneo. Come ci si volesse liberare di un peso da tempo caricato sulle spalle.
Mentre il suo titolare, che da due anni gli faceva sentire una normalità benefica e piena di impegno mentale, parlava Filippo non disse nulla. Pur con qualche lamento, aveva un tetto sopra la testa e non doveva arrabattarsi in lavoretti estemporanei. E non aveva mai un minuto libero. Perché quando non era in negozio, si occupava dei pasti e dell’informazione del signor Tazio, il quale viveva murato vivo dentro quel negozio tranne quando andava per fiere a guardare le novità. E quindi non leggeva quotidiani o conosceva notizie.
Filippo, mentre serviva le pietanze e mangiava non era felice, a differenza del suo titolare. La fine del negozio significava ricominciare ad andare a caccia di lavoro. E lui si era stancato di essere in guerra con tutti, scopo sopravvivenza. Con il signor Tazio ci stava bene. Fare il commesso presso di lui non era molto

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Assegno
Naturalmente, pur se ricca, la signora aveva la sue precauzioni. Disse che voleva sapere preventivamente la cifra da sborsare così da autorizzare la sua banca al pagamento dell’assegno.
Non diede subito l’assegno a Filippo. Aspettava che il signor Tazio facesse un preventivo di quello che sarebbe stato necessario spendere per il gioiello. Da bravo conoscitore della materia, Tazio calcolò al grammo quello che serviva, pescando da opere orafe che aveva abbandonato nel retro e che, anche se fatte girare dalle sapienti mani di Filippo, non venivano vendute. Alcune cose le avrebbe dovute comprare, ma pur con qualche acquisto e la manodopera all’incirca si andava su mezzo milione.
La donna ebbe un certo spavento, a sentire quella cifra. Soprattutto dopo aver comprato poche decine di migliaia di soldi di preziosi in quella puntata nel negozio. E aver riempito, con quei preziosi, mezzo sacchetto di carta di scatole e scatoline.
Ma dopo aver visto il progetto, e Filippo guardarla con quello sguardo di sfida tipico dei pistoleri del West, che fanno a gara a chi vince, non si perse d’animo. Compilò l’assegno con la cifra centomila di anticipo, e disse che  il resto sarebbe stato saldato alla consegna.
Tazio non stava in se dalla gioia nel veder riciclare tutto quell’oro invenduto e tutte quelle pietre che poteva rimettere in circolazione pur se di tagli fuori moda. Non esultò vistosamente davanti alla signora, per non sembrare quello che non voleva apparire. Aspettò che Filippo, con tutta la maestria e tutto il tatto possibile, accompagnasse la signora alla porta e chiudesse accuratamente la porta dell’ingresso.
Dopo un minuto esplose la contentezza del titolare, che si mise a saltare e a gesticolare con foga. Il commesso guardava quel signore anziano, sempre composto, agitarsi e fare dei balletti. Praticamente un uomo mai visto da quando lui lavorava nel negozio.
Il signor Tazio fece la sua scena per un minuto abbondante, cioè fino a quando non sentì tintinnare il campanello della porta d’entrata e vide entrare due clienti abituali per ritirare delle riparazioni. Quando i signori lo videro agitarsi in quel modo lo guardarono in modo strano. Il signor Tazio si dileguò dalla situazione dicendo che stava facendo stretching da troppo stare seduto nel laboratorio. I signori, conoscendo l’artigiano da diverso tempo, non fecero troppe indagini e lo salutarono tranquillamente quando si ritirò nel retro bottega.
La giornata, dopo quel colpo gobbo, proseguì elettrizzata tanto per il signor Tazio quanto per Filippo. Il primo era contento per aver raggiunto il suo scopo di una pensione tranquilla, con quella ultima ordinazione, se cosi poteva chiamarla, che avrebbe fatto man bassa nel caveau del retro di tanto materiale altrimenti da riciclare senza sicurezza. Il secondo, oltre di aver ottenuto una referenza ottima quale commesso di negozio, non stava in se dalla gioia di

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può avere quando si hanno ottanta e passa anni, si rifiutava di accettare un assegno della donna a quelle condizioni.
Fu Filippo a spiegare al signor Tazio chi era la donna. La signora, calmatasi dopo l’arrivo del commesso, appoggiò la spilla che stava acquistando sul bancone e, sotto richiesta di Filippo, si mise a riguardare le vetrine dentro l’esposizione del negozio.
Filippo, mentre la donna guardava, parlò con il signor Tazio. Gli disse che lei era la moglie di Ferruccio De Revioli. Per essere esatti era la vedova, visto che De Revioli l’orefice lo conosceva, ma credeva fosse ancora vivo e fosse sempre lo scapolone impenitente che aveva sentito raccontare da Iolanda viste le letture dei rotocalchi della donna. Non appena Filippo fece un rapido aggiornamento al suo principale, questi voleva andare a scusarsi del disguido. Ma Filippo lo fermò dicendogli che si poteva fare qualcosa di più proficuo per il negozio se avesse avuto carta bianca per gestire la cliente. Il signor Tazio si sentiva mortificato per la situazione creatasi, ma si accodò al suo commesso dicendogli di portargli le sue scuse così come gli aveva consigliato Filippo.
Filippo andò dalla donna, gli srotolò le scuse dell’orefice e gli fece fare una dettagliata panoramica delle creazioni dell’artigiano suo principale. La donna rimase abbagliata tanto dai lavori quanto dalle parole del ragazzo, che la guidavano tra tutto quell’oro.
Filippo, da vera volpe, capì subito che la donna era una persona esigente. Che non si accontentava della solita veretta con la pietruzza attaccata. Di cui magari aveva pieno il cassetto delle gioie. Fece letteralmente volare la signora disegnandogli nella fantasia gioielli mai visti prima. Trionfi di pietre preziose su sfavillanti montature di ori colorati. Di tutto e di più.
La donna venne tanto ammaliata dalle parole del commesso che Filippo venne obbligato di richiamare l’orefice perché con la sua mano disegnasse il più ricco e più costoso gioiello che si fosse mai realizzato. Tazio, con la signora tanto invogliata a ottenere quello che il commesso le aveva fatto immaginare nella testa, non si fece scrupolo di perdere la pazienza quando la donna chiedeva delle correzioni. Anzi fu l’occhiolino di Filippo a fargli capire che quella donna era creta nelle loro mani, e avrebbe sborsato quello che volevano pur di avere quel gioiello tanto agognato.
Non mancò la donna di comprare qualche altro piccolo prezioso per arricchire la sua collezione. Ma principalmente c’era in ballo quel progetto di gioiello mai visto prima che allettava Tazio e la signora De Revioli a impegnarsi ognuno secondo la propria funzione. La signora De Revioli pagò con quell’assegno prima rifiutato i gioielli di quella giornata. E staccò un secondo assegno per il gioiello disegnatole dal signor Tazio. Doveva essere davvero ricchissima la signora, per poter fare una cosa del genere.

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Adesso il signor Tazio era nuovamente solo. Ad una età che a nessuno si augurerebbe di arrivare.
Più che altro, con un ragazzo poco più che trentenne a cui dover fare scuola di oreficeria, e una bottega a cui far dare l’ultimo colpo di reni per avere da parte un gruzzolo sufficiente alla fine dei suoi giorni.
All’inizio tra il signor Tazio e Filippo fu difficile ingranare. Senza Iolanda, che metteva un freno alle cavolate e alle cappellate di Filippo, era tutto molto più difficile. Filippo aveva un indubbio talento nel fare il ragazzo di negozio. Il bancone per lui non aveva segreti. L’arte del disporre un oggetto il un vetrina gli scorreva nelle vene. Ma c’era un ma. Ed era la conoscenza di materiali e pietre preziose. Una grossa pecca a cui lui metteva contro una infarinatura datagli da Iolanda. In alcune situazioni se la cavava, con clienti più ignoranti. O con quei classici avventori dell’oreficeria a cui puoi dar da bere qualsiasi cosa basta che paghino. Con tutti gli altri doveva scomodare il signor Tazio e fargli da aiuto con prezzi e informazioni che Filippo aveva fatto sue e che il signor Tazio non poteva conoscere, visto che l’orefice stazionava praticamente nell’officina sul retro.
Un giorno, dopo mesi trascorsi con alti e bassi di Filippo, il commesso del signor Tazio dovette assentarsi per una mezz’ora quando il traffico del negozio, per abitudine, era praticamente nullo. A quell’ora lui andava al bar in fondo alla strada, che faceva un cappuccino meraviglioso, e se ne stava in relax a leggersi velocemente il giornale con la missione di raccontare poi le notizie più importanti al signor Tazio, che stando sempre in bottega dalla mattina alla sera di telegiornale alla televisione non ne guardava. O di giornale al bar o altrove non ne leggeva.
In quel mentre, con Filippo al bar, entrò una signora nel negozio. Era Callista De Revioli, la ricchissima ereditiera del signore italiano della benzina. Che aveva ricevuto in eredità, oltre a svariati miliardi in contanti e titoli, la più importante rete di distribuzione del carburante per automobili del paese. Una ricca in pieno titolo.
Filippo, dal bar, venne a sapere dal giornale locale, su cui campeggiava una foto della donna durante una cerimonia ufficiale e il titolo “In città l’ereditiera del carburante”, la notizia che la signora De Revioli era in città. Il sottotitolo diceva “Per il suo giro di indagine nella rete di distributori una giornata di relax fra i negozi del centro”.
Non appena letta il sottotitolo il suo pensiero fu quello di correre al negozio. Quindi pagò il cappuccino e corse a più non posso per raggiungere la bottega. Ma quando arrivò non trovò uno spettacolo molto positivo.
La donna stava cercando di pagare con un assegno il signor Tazio. Ma non aveva un documento e quindi il signor Tazio, con tutta la cocciutaggine che si

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negozianti con cui aveva collaborato. Aveva carpito i segreti di un bravo venditore tanto sul campo, con la pratica, quanto nella teoria cibandosi di testi su testi su tutti i canali di comunicazione accessibili.
Vide giusto.
La precedente commessa, rimasta ad aiutare il nuovo commesso nel lavoro, vide in Filippo un ragazzo sveglio, ma penalizzato dal non essere del mestiere come lo erano lei e il signor Tazio.
Tazio, invece, in quel ragazzo vide la fine di una vita di vivacchiamenti e soprattutto un riscatto per quella bottega, conosciuta in tutta la zona per la bravura del suo artigiano, ma senza un modo per arricchirsi veramente, scopo tranquillità nella pensione.
Non che il signor Tazio cercasse una ricchezza spropositata da quella bottega, ma anche per lui la fine di quella avventura si sarebbe prospettata, un giorno o l’altro. E voleva poter essere economicamente tranquillo tanto in una casa di riposo quanto a casa sua, aiutato da una badante.
Filippo, in quei pochi anni rimasti della bottega, poteva far accelerare le vendite dell’orefice. Per la cultura di orafo ci avrebbe messo una pezza lui sul ragazzo, come successe per Iolanda a suo tempo nel trattare con la clientela.
Arrivò il giorno in cui Iolanda dovette partire. Fatta la festa nel bistrot, la ex ragazza oramai signora, prese i suoi bagagli e prenotò un taxi con il telefono.
Abbracciò calorosamente il signor Tazio e strinse la mano a Filippo che la abbracciò subito dopo la stretta di mano. Lei non voleva, data l’età del ragazzo e dato il fatto che quei due, in fondo in fondo, erano due estranei. Ma avevano passato due mesi a cercare di conoscersi meglio, e alla fine era nata una amicizia, che certamente sarebbe proseguita su internet anche a distanza. Iolanda, durante l’abbraccio, non se la sentì di non ricambiare il ragazzo con altrettanto calore. E così lo abbracciò.
Filippo, con quella stretta, era mosso da vero affetto. Perché per una volta, in quei due mesi, aveva sentito nella bottega quell’aria familiare da tanto tempo scomparsa con l’emigrazione della sua di famiglia. E non voleva essere considerato dalla nuova amica come un ingrato per tutte quelle conoscenze in campo di oro.
Soprattutto non voleva perdere il legame creatosi con quella fonte di informazioni ora che sul lavoro stava cominciando ad ingranare con il signor Tazio.
Iolanda, caricati i bagagli e salita sul taxi, si allontanò dalla vita di quel quartiere. E uno scroscio di lacrime, nel segreto di quel taxi, gli bagnò il volto. Avrebbe voluto fare di più per quel signore anziano che l’aveva praticamente salvata dalla miseria. Ma non aveva idea di come prolungare la sua permanenza, con un paio di occhiali sempre al collo e uno sopra la testa. Da alternare a seconda se dovesse guardare da vicino o da lontano.