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può avere quando si hanno ottanta e passa anni, si rifiutava di accettare un assegno della donna a quelle condizioni.
Fu Filippo a spiegare al signor Tazio chi era la donna. La signora, calmatasi dopo l’arrivo del commesso, appoggiò la spilla che stava acquistando sul bancone e, sotto richiesta di Filippo, si mise a riguardare le vetrine dentro l’esposizione del negozio.
Filippo, mentre la donna guardava, parlò con il signor Tazio. Gli disse che lei era la moglie di Ferruccio De Revioli. Per essere esatti era la vedova, visto che De Revioli l’orefice lo conosceva, ma credeva fosse ancora vivo e fosse sempre lo scapolone impenitente che aveva sentito raccontare da Iolanda viste le letture dei rotocalchi della donna. Non appena Filippo fece un rapido aggiornamento al suo principale, questi voleva andare a scusarsi del disguido. Ma Filippo lo fermò dicendogli che si poteva fare qualcosa di più proficuo per il negozio se avesse avuto carta bianca per gestire la cliente. Il signor Tazio si sentiva mortificato per la situazione creatasi, ma si accodò al suo commesso dicendogli di portargli le sue scuse così come gli aveva consigliato Filippo.
Filippo andò dalla donna, gli srotolò le scuse dell’orefice e gli fece fare una dettagliata panoramica delle creazioni dell’artigiano suo principale. La donna rimase abbagliata tanto dai lavori quanto dalle parole del ragazzo, che la guidavano tra tutto quell’oro.
Filippo, da vera volpe, capì subito che la donna era una persona esigente. Che non si accontentava della solita veretta con la pietruzza attaccata. Di cui magari aveva pieno il cassetto delle gioie. Fece letteralmente volare la signora disegnandogli nella fantasia gioielli mai visti prima. Trionfi di pietre preziose su sfavillanti montature di ori colorati. Di tutto e di più.
La donna venne tanto ammaliata dalle parole del commesso che Filippo venne obbligato di richiamare l’orefice perché con la sua mano disegnasse il più ricco e più costoso gioiello che si fosse mai realizzato. Tazio, con la signora tanto invogliata a ottenere quello che il commesso le aveva fatto immaginare nella testa, non si fece scrupolo di perdere la pazienza quando la donna chiedeva delle correzioni. Anzi fu l’occhiolino di Filippo a fargli capire che quella donna era creta nelle loro mani, e avrebbe sborsato quello che volevano pur di avere quel gioiello tanto agognato.
Non mancò la donna di comprare qualche altro piccolo prezioso per arricchire la sua collezione. Ma principalmente c’era in ballo quel progetto di gioiello mai visto prima che allettava Tazio e la signora De Revioli a impegnarsi ognuno secondo la propria funzione. La signora De Revioli pagò con quell’assegno prima rifiutato i gioielli di quella giornata. E staccò un secondo assegno per il gioiello disegnatole dal signor Tazio. Doveva essere davvero ricchissima la signora, per poter fare una cosa del genere.

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Adesso il signor Tazio era nuovamente solo. Ad una età che a nessuno si augurerebbe di arrivare.
Più che altro, con un ragazzo poco più che trentenne a cui dover fare scuola di oreficeria, e una bottega a cui far dare l’ultimo colpo di reni per avere da parte un gruzzolo sufficiente alla fine dei suoi giorni.
All’inizio tra il signor Tazio e Filippo fu difficile ingranare. Senza Iolanda, che metteva un freno alle cavolate e alle cappellate di Filippo, era tutto molto più difficile. Filippo aveva un indubbio talento nel fare il ragazzo di negozio. Il bancone per lui non aveva segreti. L’arte del disporre un oggetto il un vetrina gli scorreva nelle vene. Ma c’era un ma. Ed era la conoscenza di materiali e pietre preziose. Una grossa pecca a cui lui metteva contro una infarinatura datagli da Iolanda. In alcune situazioni se la cavava, con clienti più ignoranti. O con quei classici avventori dell’oreficeria a cui puoi dar da bere qualsiasi cosa basta che paghino. Con tutti gli altri doveva scomodare il signor Tazio e fargli da aiuto con prezzi e informazioni che Filippo aveva fatto sue e che il signor Tazio non poteva conoscere, visto che l’orefice stazionava praticamente nell’officina sul retro.
Un giorno, dopo mesi trascorsi con alti e bassi di Filippo, il commesso del signor Tazio dovette assentarsi per una mezz’ora quando il traffico del negozio, per abitudine, era praticamente nullo. A quell’ora lui andava al bar in fondo alla strada, che faceva un cappuccino meraviglioso, e se ne stava in relax a leggersi velocemente il giornale con la missione di raccontare poi le notizie più importanti al signor Tazio, che stando sempre in bottega dalla mattina alla sera di telegiornale alla televisione non ne guardava. O di giornale al bar o altrove non ne leggeva.
In quel mentre, con Filippo al bar, entrò una signora nel negozio. Era Callista De Revioli, la ricchissima ereditiera del signore italiano della benzina. Che aveva ricevuto in eredità, oltre a svariati miliardi in contanti e titoli, la più importante rete di distribuzione del carburante per automobili del paese. Una ricca in pieno titolo.
Filippo, dal bar, venne a sapere dal giornale locale, su cui campeggiava una foto della donna durante una cerimonia ufficiale e il titolo “In città l’ereditiera del carburante”, la notizia che la signora De Revioli era in città. Il sottotitolo diceva “Per il suo giro di indagine nella rete di distributori una giornata di relax fra i negozi del centro”.
Non appena letta il sottotitolo il suo pensiero fu quello di correre al negozio. Quindi pagò il cappuccino e corse a più non posso per raggiungere la bottega. Ma quando arrivò non trovò uno spettacolo molto positivo.
La donna stava cercando di pagare con un assegno il signor Tazio. Ma non aveva un documento e quindi il signor Tazio, con tutta la cocciutaggine che si

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negozianti con cui aveva collaborato. Aveva carpito i segreti di un bravo venditore tanto sul campo, con la pratica, quanto nella teoria cibandosi di testi su testi su tutti i canali di comunicazione accessibili.
Vide giusto.
La precedente commessa, rimasta ad aiutare il nuovo commesso nel lavoro, vide in Filippo un ragazzo sveglio, ma penalizzato dal non essere del mestiere come lo erano lei e il signor Tazio.
Tazio, invece, in quel ragazzo vide la fine di una vita di vivacchiamenti e soprattutto un riscatto per quella bottega, conosciuta in tutta la zona per la bravura del suo artigiano, ma senza un modo per arricchirsi veramente, scopo tranquillità nella pensione.
Non che il signor Tazio cercasse una ricchezza spropositata da quella bottega, ma anche per lui la fine di quella avventura si sarebbe prospettata, un giorno o l’altro. E voleva poter essere economicamente tranquillo tanto in una casa di riposo quanto a casa sua, aiutato da una badante.
Filippo, in quei pochi anni rimasti della bottega, poteva far accelerare le vendite dell’orefice. Per la cultura di orafo ci avrebbe messo una pezza lui sul ragazzo, come successe per Iolanda a suo tempo nel trattare con la clientela.
Arrivò il giorno in cui Iolanda dovette partire. Fatta la festa nel bistrot, la ex ragazza oramai signora, prese i suoi bagagli e prenotò un taxi con il telefono.
Abbracciò calorosamente il signor Tazio e strinse la mano a Filippo che la abbracciò subito dopo la stretta di mano. Lei non voleva, data l’età del ragazzo e dato il fatto che quei due, in fondo in fondo, erano due estranei. Ma avevano passato due mesi a cercare di conoscersi meglio, e alla fine era nata una amicizia, che certamente sarebbe proseguita su internet anche a distanza. Iolanda, durante l’abbraccio, non se la sentì di non ricambiare il ragazzo con altrettanto calore. E così lo abbracciò.
Filippo, con quella stretta, era mosso da vero affetto. Perché per una volta, in quei due mesi, aveva sentito nella bottega quell’aria familiare da tanto tempo scomparsa con l’emigrazione della sua di famiglia. E non voleva essere considerato dalla nuova amica come un ingrato per tutte quelle conoscenze in campo di oro.
Soprattutto non voleva perdere il legame creatosi con quella fonte di informazioni ora che sul lavoro stava cominciando ad ingranare con il signor Tazio.
Iolanda, caricati i bagagli e salita sul taxi, si allontanò dalla vita di quel quartiere. E uno scroscio di lacrime, nel segreto di quel taxi, gli bagnò il volto. Avrebbe voluto fare di più per quel signore anziano che l’aveva praticamente salvata dalla miseria. Ma non aveva idea di come prolungare la sua permanenza, con un paio di occhiali sempre al collo e uno sopra la testa. Da alternare a seconda se dovesse guardare da vicino o da lontano.

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mondo. A questo punto ci si aspetterebbe che, per dare una svolta al personaggio inizino a morire tutti quanti, ma il destino riservò una sorte differente.
Quando Filippo ebbe compiuto i 18 anni ci fu una grande penuria di lavoro. E i suoi genitori, anche con economie ma comunque da disoccupati, furono costretti ad emigrare in Australia, dove il padre aveva dei cugini che potevano aiutare quella famigliola a finire di crescere la figlia più piccola. Filippo da principio non fece opposizione, a differenza di sua sorella che accusava i due genitori di sradicarla dalla sua patria e, principalmente, dalle sue amiche. Ma decise che da maggiorenne poteva restare in patria e cercare di sopravvivere con le sue forze.
I genitori lo dissuasero che non ce l’avrebbe fatta. Ma a differenza di loro, lui aveva nel sangue una voglia di sopravvivere come pochi altri. Qualcosa che ti porta a succhiare la vita in modo abbondante da tutte le possibili creature che ti capitano a tiro. Quell’istinto, se così lo si può chiamare, che ti fa essere l’uomo giusto al momento giusto per ogni occasione. Filippo era riuscito nell’intento di ottenere il diploma di scuola superiore. Ma aveva arricchito la sua vita scolastica di libri e trattati, tanto su internet quanto cartacei, che gli avevano dato una ricchezza interiore abbastanza sconfinata. Oltre che un mare di informazioni da spendere dove necessario.
A 19 anni, con qualche economia iniziale da adolescente e con alcuni lavoretti saltuari a vicini di casa e amici, viveva da solo dividendo la casa con due ex compagni di liceo che lavoravano più di lui ottenendo il suo stesso risultato. Questi due ragazzi coetanei stavano infilati in diversi part-time. Lui con diversi giri dei negozianti suoi amici riusciva a raccogliere abbastanza soldi per sopravvivere, faticando meno dei suoi coinquilini.
Filippo passò da un lavoro all’altro. Da un impegno all’altro. Fino a che, girovagando per internet e chiacchierando con della gente sui social, non venne a sapere del lavoro al laboratorio orafo.
Riflettendoci, poteva farsi una piccola cultura del mondo dell’oreficeria, tanto per non sembrare uno di primo pelo o da scartare. Ma il suo istinto primario gli disse che in una piccola bottega orafa, come lui la aveva vista facendo un giro di ricognizione, dove vivevano di lavoro una commessa e un artigiano, non poteva servire qualcuno che ne sapesse di oro, come il suo diretto contendente sembrava dimostrare il giorno del colloquio congiunto. Meglio sarebbe servito qualcuno capace di “cavare oro” da un semplicissimo negozietto in un pertugio della strada.
Fu questo consiglio interiore che lo spinse a puntare tutto sull’essere un bravo venditore. Un maestro dell’acchiappo del cliente.
E lui tutte queste doti le aveva acquisite in dieci e passa anni a combattere sulle strade della città per sopravvivere. Si era cibato delle caratteristiche dei

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con la riduzione di stipendio per il vitto e l’alloggio, stando in casa con il signor Tazio, si decise di prendere un borsone e mettere lo stretto indispensabile per andare a vivere il suo lavoro dalla casa del signor Tazio.
Filippo si risolse essere anche abbastanza bravo a fare da mangiare da smettere l’abitudine di andare al bistrot e di spendere soldi in questo modo, come aveva sempre fatto Tazio con Iolanda. Lei non aveva mai neanche fatto un uovo a tegamino. E perfino quando si risolse di fare una pastasciutta successe un disastro, con una pentola distrutta per il sugo bruciato e la pentola della pasta con gli spaghetti incollati al fondo da non riuscire più a staccare nemmeno con la spatola. Da quel momento il signor Tazio si disse che lui e lei avrebbero mangiato al locale vicino al laboratorio. In fondo, la spesa di preparare il pranzo a casa era equivalente, con un leggero rincaro di prezzo, a quella del bistrot. E Tazio, pur se segretamente attaccato al soldo in tarda età, non voleva dimostrare taccagneria.
Prima che Iolanda se ne andasse, Tazio organizzò una festa a sorpresa con tutti quelli del quartiere. La fece organizzare al bistrot. Iolanda vide fare dei preparativi da lontano, ma gli venne detto che si trattava di un compleanno. Lei sapeva che raramente, se non mai, al bistrot si festeggiavano dei compleanni, vista la politica di quel locale. Ma non volle approfondire. Pur se legata a quei posti da tanti anni di frequentazione, adesso la cosa le importava di meno. La sua vita si improntava ad essere vissuta come cittadina inglese. E per questo stava prendendo lezioni di inglese da circa un anno, con risultati altalenanti.
La festa a sorpresa fu davvero bella. Con la scusa di andare a prendere un caffè per il signor Tazio si recò al bistrot, e le fecero tutti “Sorpresa!”. I festeggianti risero e si divertirono insieme a Iolanda. Tutti tranne il signor Tazio, che perdeva la sua valente collaboratrice ma in apparenza sembrava divertirsi. Adesso però aveva Filippo, che si presentava come un valido venditore. Aveva il difetto di non sapere nulla sull’oreficeria. Ma di sicuro gli avrebbe fatto fare una valanga di soldi.
Segretamente era questo il suo proponimento: tra poco tempo avrebbe dovuto obbligatoriamente smettere perché troppo vecchio per reggere i ritmi della bottega. E quindi voleva un finale con il botto.
Filippo, mosso da curiosità, gli chiese cosa sarebbe successo alla fine del negozio. E il signor Tazio glielo disse chiaramente: avrebbe smesso di lavorare. E per lui ci sarebbe stata una abbondante lettera di referenze per il suo prossimo lavoro.
Filippo, dal canto suo, si disse che magari un anno di lavoro poteva andare bene come aggiunta al suo curriculum. Ma quando meno te lo aspetti il destino ti riserva qualcosa da afferrare il più velocemente possibile.
Filippo era nato e cresciuto in periferia. Per lui la vita era stata abbastanza semplice con i genitori lavoratori e una sorellina a cui dare tutto l’affetto del

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Il fatto, adesso, era se si sarebbe abituato ad una nuova, o ad un nuovo, Iolanda. Ma Iolanda gli garantì che avrebbe selezionato qualcuno abbastanza alla sua portata, dato che avrebbe dovuto pescare in mezzo al mare dei commessi ma un pesce d’acqua dolce in quell’habitat e dei ragazzi di negozio difficilmente lo si può trovare.
Non fece altro che mettere un annuncio in alcuni forum del settore e aspettare qualche giorno con la risposta di qualcuno.
Passarono diversi giorni e nessuno rispose. Passò una settimana e nulla in vista.
Dopo dieci giorni si presentarono due ragazzi di circa trent’anni ciascuno. Quello più giovane, Davide, era un grande conoscitore della materia, ma come contatto al pubblico lasciava molto a desiderare. Era privo di tatto e soprattutto non aveva l’istinto animalesco di saper vendere a chi già aveva l’articolo, o magari non era capace a dirottare il cliente verso un oggetto o una merce che avesse una priorità nell’essere venduta.
Quello di qualche anno più grande, Filippo, era uno che non distingueva l’oro dall’ottone. Ma come savoir faire con la clientela era veramente fenomenale.
Nella settimana di prova, in cui Davide aveva fallito per un buon trenta per cento, Filippo fece impennare le vendite di alcune cose che di solito se ne stavano a prendere la polvere e lui subito vide che avevano bisogno di una ricollocazione. Che risultò vincente. Infatti ne vendette due ancora da essere prodotti dal signor Tazio.
Iolanda non era molto sicura di Filippo, data la sua impreparazione. Avrebbe preferito un ragazzo come Davide che sapeva del mestiere, essendo figlio di un ingegnere metallurgico ed essendo lui laureato in geologia. Almeno l’ottone che aveva comprato Filippo da un truffatore, smascherato appena in tempo dal signor Tazio, non lo avrebbe mai comprato. Ma il signor Tazio era tanto contento di quel ragazzo dal modo così capace di avere a che fare con la clientela, e soprattutto con le clienti, che lo volle a tutti i costi.
Fu Iolanda che mise una pezza per quel ragazzo, dandogli almeno i rudimenti più importanti del mestiere di orafo. Per il resto, visto che la sua scelta non gli era gradita, avrebbe fatto il signor Tazio il lavoro di insegnante, dopo averlo lui detto a chiare lettere che avrebbe pensato a sistemare quel ragazzo.
Iolanda fece i bagagli dalla casa del signor Tazio non appena ci fu una abbondante sicurezza che il negozio sarebbe andato avanti. Dopo quarant’anni passati con il signor Tazio una lacrimuccia, mentre metteva in valigia le cose di prima necessità, le rigò il volto. Ma solo una, visto che tutte le altre le avrebbe piante più avanti, sicuramente, quando avrebbe rimpianto i momenti belli passati nella bottega orafa. E quando avrebbe visto arrivare in Inghilterra tutte le cose che abbellivano la sua camera nella casa con il signor Tazio.
L’orafo propose al ragazzo di venire a vivere nella casa con lui. Ma Filippo dapprima fu restio. Quando fece due conti di quanto avrebbe guadagnato, anche

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Da quei momenti iniziali con Iolanda sono passati quasi quarant’anni, in cui i due nel negozio ne hanno passate di cotte e di crude.
Clienti isterici. Donne in lacrime per il proprio oro da vendere. Milionari che hanno comprato riempiendosi le tasche fino all’orlo. Rapine. Di tutto e di più. E ognuna di queste storie sarebbe bello leggerla in un libro. Ma i due non sono mai stati due letterati, e quindi non avevano altro che ricordi e pettegolezzi da spacciare in giro per incontri e fiere.
Quel giorno, davanti a quei piatti in cui hanno mangiato, Tazio si sente nuovamente solo. Come solo era stato in negozio, prima di quella volta e in intensità minore, quando Iolanda era andata a seppellire i suoi genitori, rispettivamente prima suo padre una volta e poi sua madre successivamente.
A Iolanda rimaneva una sorella più piccola di una decina di anni, di cui aveva sentito tanto la mancanza per il lavoro con Tazio. Adesso si trovava in Inghilterra, dove dopo un corso di avviamento al lavoro si era diplomata nel campo delle perle e viveva del mestiere di gioielliera nel campo perlifero.
L’avrebbe raggiunta non appena si fossero completate le pratiche per la pensione.
Quando tutto fu pronto, disse al signor Tazio che sarebbe rimasta il tempo necessario, dato il fatto che Tazio non voleva smettere di lavorare pur i suoi ottant’anni, a trovare una sostituta, o un sostituto, al suo posto.
Tazio non sapeva dover rifarsi per trovare una persona che fosse precisa come lo era Iolanda, la quale quarant’anni di fedeltà gli aveva regalato.
C’era stato l’affare di quella spilla da regalare ad una spasimante. Ma prima che la consegnasse alla donna, la ridiede a Tazio, con la coscienza che avrebbe rovinato tutti gli anni di lavoro felice e tranquillo con il suo titolare.
Iolanda, pur essendo una donna di una certa età, non ha mai esaurito la sua voglia di sperimentare. E quando ci fu il momento dei computer non si fece scappare l’occasione di imparare. Ci riuscì talmente bene che non smise accuratamente di fare pratica. Si iscrisse a tutti i social network disponibili e si mise a curare le pubbliche relazioni su computer del negozio. Spinse Tazio ad investire in un sito internet e nella pubblicità su computer. E Tazio, scettico, all’inizio non si voleva far contagiare. Ma fatti due conti di quanto si poteva guadagnare sull’essere disponibili al pubblico non si fece scivolare via la situazione.
Fu Iolanda, a suo tempo, a fargli rinnovare il negozio dopo più di cinquant’anni, dai genitori di Tazio, che era sempre in quel modo. Lei puntò molto sulla semplicità del legno e del vetro, come i predecessori del negozio, ma ci mise un pizzico di modernità e una dose abbondante di design. E il risultato piacque molto alla clientela. Tazio non fu molto favorevole al cambiamento. Ma dopo qualche tempo si abituò.