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Si fece spiegare come funzionava il tutto. E all’idea di poter cucinare il suo timballo di fettuccine e la torta all’ananas con la panna non stette in se dalla gioia. Il collega lo prese per pazzo, visto che cucinare non era la passione della maggior parte dei dipendenti dell’ufficio. Ma visto l’entusiasmo di Franco, gli disse di presentarsi alle otto di sera alla palestra in via XXXXX, e che sarebbero stati in cinquanta. Quindi di stare attento alle dosi.
Franco cucinò come un pazzo la sera del trenta. Diede di gomito una decina di volte dentro al supermercato, con il carrello stracarico, per poter arrivare agli scaffali mezzi saccheggiati dagli altri acquirenti. Non fece caso a quanto ci fosse da spendere. E spese.
Si sentiva un bambino in un negozio di caramelle, conscio che avrebbe pure subito una indigestione. Ma felice di poter fare qualcosa ed essere magari apprezzato.
La cena di capodanno fu un successo. Tutti risero e non ci fu nemmeno l’ombra dello schernire Franco. I single fecero capannello con lui per carpire i suoi segreti. Le single lo guardavano come il marito perfetto, pronto per essere sposato. Sporzionava le pietanze come il miglior cameriere esistente, unito alle cure di una vera massaia-padrona di casa.
Non mancarono i giochi con le carte e i bambini giocarono a correre per lo spazio libero della palestra.
Alla fine della serata, dopo aver trascinato tutta la truppa della cena in piazza centrale per lo stappo dello spumante a mezzanotte e per il trenino ‘Brigitte Bardot’, disse a chi glielo chiedeva di non essersi mai divertito tanto, pur avendo faticato come un dannato a cucinare.
’Il prossimo anno i parenti mi possono tranquillamente insultare quanto vogliono’ si disse.

FINE

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Franco aveva detto che faceva in quel modo per tutelarsi. Perché il privato va difeso. Ma il dottore controbatté che il privato, di cui lui era tanto fiero e protettivo, era lo stesso che i suoi parenti forse invidiavano. E che quindi schernivano. Il medico non gli disse, come poteva sembrare logico, che avrebbe fatto bene ad andare alla cena di Capodanno, rompendo una sua tradizione personale. Gli disse invece che poteva pensare a se stesso in mezzo ai suoi colleghi come soggetto informale. E non come bravo dipendente. E se quel pensiero lo faceva stare bene, avrebbe potuto provare ad affrontare la cena. Se la sua vita lavorativa nel privato poteva essere un valore di discredito, la sua vita privata nel lavoro, anche se informale, magari avrebbe sortito un effetto differente.
Il dottor Denti era anche disposto a sentirlo il giorno dopo per valutare telefonicamente le reazioni ponderate di Franco. Il quale assentì.
Presero appuntamento per la sera alle sei, quando Franco era fuori dal lavoro. E alle sei del 28 sera, quando la giornata lavorativa di Franco aveva assunto un gusto piacevole e particolare tanto da dimostrare una gentilezza più concreta e meno formale del solito di cui si stupì perfino Silvana, il dottore e Franco si risentirono. Franco, nel turno di lavoro, aveva dedicato un paio di minuti a quel pensiero. E il fatto di fare la cena aziendale di Capodanno gli solleticava bene. Vedeva nei suoi colleghi delle persone con qualcosa di diverso dai suoi parenti. Al lavoro era apprezzato, si. Ma non sapeva fino a che punto poteva ritenersi esente dalla maledizione dei parenti.
Il dottore lo ascoltò e gli rispose che i suoi parenti, in base a quello che aveva sentito nell’audio, sotto sotto erano mossi da invidia. Un senso di mancanza di quello che ha lei pur essendo un semplice impiegato. Franco disse che una cosa del genere non l’aveva mai notata. E il dottore disse che lui era sempre stato troppo preso dall’impegno di sopportare le critiche, per concentrarsi sui messaggi. Franco assentì.
Franco pensava se dover tornare indietro e scegliere la cena aziendale. Oppure fare come tutte le volte. E disse al dottore che era indeciso.
Il dottore gli disse che era libero di fare quello che voleva.
Ma che non c’è mazzo di carte che darà sempre la stessa partita, ripetuta all’infinito, se non rimescolato.
Con questo ultimo concetto, Franco ringraziò il dottore, salutò e gli fece gli auguri di Buon anno. Il dottore ricambiò.
Mentre parlava con il dottore al telefono, Franco era in mezzo alla strada, con la neve che fioccava. Rimase li fermo, immobile. Insensibile al freddo, che poi lo colpì violentemente quando riprese a camminare.
Dall’altra parte della strada vide il collega che organizzava la cena. E lo volle fermare.

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parlare che lui a bere il proprio caffè. Silvana descrisse minuziosamente al collega come si svolse la cena della Vigilia, il pranzo di Natale, e tutto quello che vide nella camminata del pomeriggio di Natale.
Franco stette ad ascoltarla a metà, assorto nel pensiero di quello che aveva dato al medico di scritto e registrato per una soluzione alla sua vita natalizia. Ma cercò lo stesso di carpire qualche particolare del discorso della collega, naturalmente in modo passivo, per non sembrare un classico yesman della conversazione.
La sera del ventisette, Franco si ritrovò a casa sua, con il televisore e una pasta aglio, olio e peperoncino da divorare.
Mentre stava addentando una matassina di spaghetti il telefono squillò.
Era il dottor Denti.
Franco rispose educatamente al telefono, riconosciuto il numero con cui il medico lo chiamava per prendere appuntamento con lui.
Il dottore gli parlò per un paio di minuti, a cui Franco cercò di porre resistenza, ma senza successo.
Quello che gli stava dicendo il dottore aveva una tale carica emotiva e personale che Franco non riuscì ad arginarla. Solo alla fine del discorso del dottore provò a dire qualcosa. Ma il dottore, con calma, riprese il filo della proprie argomentazioni, aggiungendo quello che Franco mise in mezzo nella comunicazione.
Franco salutò il dottore, ringraziandolo per aver fatto tanto in fretta al leggere e ascoltare il materiale datogli. E cercò di ritornare alla sua pastasciutta.
Ma non ne ebbe il coraggio.
La botta delicata datagli dal dottore mise in crisi il suo equilibrio, già precariamente colpito da quella immagine di lui nella vetrina. Ma non gli venne da piangere. In fondo non c’era nulla da piangere.
I suoi parenti vedevano in lui, secondo quanto detto dal dottore, un uomo troppo perfetto. Bravo lavoratore, ottimo casalingo, soggetto ben educato. A quella visione di lui facevano il tiro a segno, ogni volta a Natale. Ed era davvero troppo divertente perché in nome di quella perfezione Franco faceva il pupo arrabbiato, aumentando a dismisura il divertimento di quell’uomo tanto bravo che dava sfoggio della sua, anche se è un termine troppo forte, coglioneria.
Faceva bene, aveva detto il dottore, a rifiutare la cena aziendale, in nome di se stesso e della paura di essere insultato. Perché certamente anche i colleghi avrebbero infierito sulla sua persona, sul suo modo di essere. Ma in questo caso, aveva aggiunto il dottore, poteva rapportarsi con gente al suo stesso livello, accettando la cena in se e il mettersi in gioco davanti a della gente che, a quanto sapeva il dottore, non sapeva nulla della sua vita.

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Non ci fu bisogno di provocare nessuno, visto che i parenti non persero tempo a trattarlo come tutti i natali del passato. E non ci fu bisogno di farli parlare artificialmente, data la spontaneità di cui ebbero capacità.
Arrivato alla videoteca, non seppe quale video scegliere. Di solito girovagava tra gli scaffali e sceglieva in base alla copertina, più o meno ricca di particolari sulla pellicola. Stavolta non poteva e si affidò ai suoi ricordi di trailer alla TV.
Inserì la tessera nel ‘bancomat’ della videoteca e si decise per un film che aveva già visto, ma con l’addormentarsi notturno da stanchezza a metà del film. Era un classico di un regista francese di cui aveva sentito parlare da due colleghi cinefili dell’ufficio. Spinto da curiosità, a suo tempo, lo aveva preso e trovato molto carino. Ma la stanchezza per la giornata oltre che per la settimana, trattandosi di un venerdì, lo fece crollare stravaccato sul divano.
Ritirato il DVD, prese la strada del ritorno e ebbe una visione di se stesso in quel preciso istante. Ma non si trattava di una lucida immaginazione di se stesso. Era il riflesso della sua persona in una vetrina che faceva specchio della sua immagine in quel momento. Vide un uomo che non pensava ad altro che alla sua vita. Immerso in una routine che non permetteva eccezioni.
Insomma, si trattava di una vita in cui il massimo permesso era prendere un DVD alla videoteca e gustarselo in solitaria.
Franco, a quella visione, non fece molta rimostranza. Era lui allo specchio. E non c’era nulla di strano.
Fu tutto il resto nel riflesso a fargli pensare che di quella vita doveva cambiare qualcosa. Che bisognava dare una svolta, altrimenti avrebbe solamente sopportato i suoi parenti alla Vigilia. E poi una vita da monaco casa-lavoro, lavoro-casa.
L’indomani, dopo aver praticamente riempito il quaderno della sua calligrafia tra il 25 e il 26, oltre che della cronaca dei suoi pensieri, tornò dal dottor Denti e gli diede tutto il materiale.
Il dottore si meravigliò con il paziente per il lavoro svolto, assolutamente non richiesto. Ma Franco disse all’analista che per cercare di risolvere il problema si potevano fare queste cose. E poi fu un fiume in piena nel racconto di quella visione nella vetrina.
Il dottore non fece altro che assentire. E messo da parte il lavoro scritto e audio di cronaca, lo salutò e gli disse che gli avrebbe telefonato quanto prima per fargli sapere la sua valutazione.
Franco pagò la visita e salutò il dottore.
Per quel giorno aveva chiesto un permesso dal lavoro nel pomeriggio, per la visita. Ma la mattina la passò regolarmente a distribuire documenti da lui lavorati agli uffici preposti. Come tutti i giorni lavorativi.
Silvana fu una piccola parentesi di dialogo alla macchinetta del caffè, come sempre. E in quella parentesi fu più lei, desiderosa di raccontare al collega, a

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Anche se non erano le nove, ma molto prima, l’accoglienza fu definita dal canto “Sei un coglione, sei un coglione” a cui parteciparono tutte le voci maschili della cena. Nessuna esclusa.
Franco fece la sua faccia incazzata, così da incentivare il coro di voci, oltre a aumentare il tono del canto, e a immettere la strofa “E ti incazzi pure” alla fine del canto.
La sorella pacificatrice cercò di difendere Franco e alla fine, facendosi gli occhiolini a vicenda, il canto smise. Franco fa la faccia incazzata, come da programma, ma dentro di se è sicuro che alla fine il dottor Denti, con quella testimonianza audio straordinaria, avrebbe capito dove sta il problema.
La cena andò avanti con alti e bassi, in cui Franco recitava senza troppo sforzo la parte di tutte le cene della Vigilia passate. Solo che stavolta sperava di fare chiarezza con quell’analisi del medico.
Una portata dopo l’altra, una discussione dopo l’altra, un battibecco dopo l’altro, la cena di concluse. Franco aveva passato, come tutte le vigilie, una serata schifosa. Ebbe anche l’impeto di prendere e andarsene, ma la sorella lo trattenne, agganciandolo alla porta di uscita e sudando qualche camicia per evitare che, detto qualcosa di sbagliato, Franco potesse andare a darle di santa ragione di la in salotto a chi lo aveva fatto incazzare.
Fatto ritorno a casa, Franco riascoltò, mosso da curiosità, la registrazione della serata. Ma era ancora punto nel vivo per come, per l’ennesima volta, lo avevano trattato. E non riuscì ad essere lucido per fare delle valutazioni. Inoltre era stanco della giornata nel suo insieme, e andò a letto direttamente senza nemmeno scrivere una pagina di quaderno.
Anche se in fondo aveva scritto il pomeriggio, voleva raccogliere le sue impressioni a caldo sulla serata. Ma la stanchezza fu tale e tanta che alla fine, stremato, si coricò sul letto vestito e si addormentò.
Si risvegliò il giorno dopo, coperto del solo piumone accartocciato sulla sua persona, e dopo una sana stiracchiata andò in cucina e si fece un caffè, come tutte le mattine.
Questa volta, però, poteva godersi la mattinata libera dal lavoro. E non perse assolutamente tempo.
Prima di uscire a noleggiare un DVD allo sportello automatico, prese il quaderno e scrisse diverse pagine di impressioni sulla serata. Finito di scrivere quella parte, allungò la compilazione di un paio di pagine con considerazioni sulla mattina di Natale, su quanto preferisca la sua vita per come è. Così.
Chiuso il quaderno e appoggiataci sopra la penna con la punta coperta dal cappuccetto, si mise degli abiti più comodi per la camminata e delle scarpe da camminata in gomma e uscì, diretto alla videoteca di zona.
Ripensò alla sera prima. E si stupì di quanto fu naturale pur con la registrazione in corso.

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allo stesso tempo leggibile. L’equivalente di quattro pagine abbondanti a carattere normale.
La cosa che fece successivamente fu di prepararsi alla cena, che sarebbe cominciata alle nove. Finito il test con il lettore si erano fatte le sei e mezzo. E non voleva essere l’ultimo arrivato, dato che in alcuni episodi il suo ritardo aveva fatto scatenare un coro di “sei un coglione, sei un coglione…”.
Il motivo di quel comportamento era una vera incognita. Pur se arrivato alle nove, non si trattava di ritardo, ma di puntualità. La sorella glielo spiegava con un “Stanno scherzando, non ti crucciare”.
Ma a lui non tornava tanto.
Alle sette e un quarto era fresco di, nell’ordine: barba, denti, doccia, dopobarba e profumo. E gel, visto che non ce l’aveva fatta ad andare dal barbiere. Ma la cosa non gli dava fastidio.
Tutti in ufficio gli dicevano che il capello lungo gli dava un particolarissimo fascino. E guardandosi allo specchio dava ragione a chi glielo diceva.
Indossò il suo completo elegante per le feste, staccò, seguendo la procedura corretta, il lettore mp3 dal computer, che nel frattempo aveva la batteria carica e, dopo essersi assicurato che tutto l’appartamento fosse chiuso, scese in garage.
Aprì la saracinesca e fece uscire la macchina, che dovette lasciare in folle per un minuto fuori, sulla strada, per avere il tempo di chiudere il garage.
Durante il tragitto, dal palazzo dove abitava alla villetta in campagna della sorella, incontrò poche macchine, quasi nessuna. Di certo tutti erano a festeggiare la Vigilia nelle rispettive case. E anche lui stava per fare la stessa cosa. Ma, disgraziatamente per i parenti, avrebbe registrato un audio con tutto il comportamento dei vari commensali, quella sera.
Avrebbe fatto la spia, insomma.
Il lettore mp3, non dimenticato in casa dopo essere stato caricato, stava appoggiato nel cassettino del cruscotto, dal lato del passeggero, pronto ad entrare in azione.
E, guidando guidando, Franco arrivò alla villetta della sorella. Si trattava di un casolare riadattato ad abitazione, dove viveva con il marito e il figlio studente universitario.
Il marito era una delle voci più rumorose quando si trattava di intonare il canto “sei un coglione, sei un coglione”. Se non la voce principale. Poi seguiva il marito della sua seconda sorella, i due figli adolescenti e i due fratelli gemelli più piccoli di Franco di una decina d’anni.
In tutto la tavolata contava dodici persone, Franco compreso.
Prima di entrare in casa prese il lettore dal cassetto della macchina, lo accese, registrò data e giorno di quando stava registrando e se lo mise nella tasca dei pantaloni, camuffandolo con il fazzoletto appallottolato.

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Sperando nella fortuna, entrò nel negozio e si diresse verso il commesso libero e sconvolto dalla quantità di clienti passatagli davanti.
Il ragazzo in maglietta d’ordinanza lo salutò educatamente e gli chiese come poteva essergli utile. Franco gli spiegò che voleva fare una registrazione audio. Ma doveva trattarsi di una registrazione lunga e non si doveva sapere che si stava registrando.
Il commesso chiese ulteriori spiegazioni, perché gli disse di avere forse capito ma voleva essere sicuro di dargli l’oggetto giusto.
Franco non se la sentì di dire la verità. Sarebbe scattata l’occhiataccia di quello strano o del mezzo matto di turno. Così si inventò di essere un manager di una ditta, e di aver bisogno di registrare le riunioni che ogni tanto gli capitano con i colleghi.
Il ragazzo gli dice di usare il cellulare, se si tratta di brevi registrazioni.
Franco specifica che si tratta di diverse ore di registrazione e non vuole intaccare la batteria del cellulare più del dovuto.
Il ragazzo del negozio gli dice di seguirlo in un piccolo angolo del negozio.
Si trattava della zona dei lettori mp3. Cioè quei piccoli affarini a batteria che si collegano al computer, e in cui ci si può memorizzare la musica da sentire con le cuffie quando si è fuori casa o all’aperto.
Franco chiede il più semplice possibile. E il commesso gliene prende uno grigio della grandezza di un francobollo o poco più. Velocemente, gli spiega senza aprirlo come comportarsi per accenderlo e registrare. “Per il resto” gli sottolinea  il commesso “può fare affidamento alle istruzioni. Ci sono anche in italiano”.
Franco non poteva avere di meglio per portare al suo analista una prova di quello che succede alla cena della Vigilia.
Il commesso, dopo che Franco gli conferma l’acquisto, lo accompagna alla cassa e gli augura Buon Natale.
Franco esce dal negozio alle quattro e mezza del pomeriggio. E si direziona verso casa a cercare di capire, nel poco tempo rimasto prima di andare, come far partire la registrazione.
Arrivato a casa, appoggia i pacchetti comprati sul divano e si siede al tavolo della cucina per analizzare il lettore mp3.
Dopo qualche minuto di scrupolosa lettura delle istruzioni, riesce a registrare un breve test audio. La controprova al suo pc, con l’ascolto del registrato, lo fece esultare di una piccola gioia. Non era tanto un vecchio arnese, se era in grado di far funzionare in poco tempo una diavoleria moderna come il lettore mp3 comprato.
Finita la prova, lasciò collegato il lettore al computer per caricare la batteria, seguendo il consiglio datogli dal commesso del negozio prima di lasciarlo, e si dedicò al quaderno, di cui compilò due pagine fitte di una scrittura minuta ma